Da "Il Sole-24 Ore" di Venerdì 03 Novembre 2000

«3+2», formula magica per far decadere l’Università

di Giorgio Rumi

La riforma universitaria si è messa in moto, senza far troppo rumore, tra ministero e singoli atenei e il suo impatto sembra voler prescindere dai grandi principi e dalle somme architetture d’insieme per restare circoscritto a una manutenzione della giovinezza e a una tempistica delle stagioni.

Quasi messi da parte i suoi importanti effetti sull’apprendimento e la stessa ricerca, si sa che, dopo un primo triennio, ci sarà una laurea "breve" e, dopo un successivo biennio, una laurea specialistica, riservando il dottorato ai futuri ricercatori accademici. Tre più due è la formula magica che occupa i discorsi dei docenti, mentre la gran massa dei giovani ignora totalmente il proprio destino. Ma se il "due" (il biennio successivo) resta nell’indistinto, il "tre" sta ovunque prendendo consistenza.

Procedendo con ordine, è il calcolo dell’impegno a interessare sopra ogni altra considerazione. Esso assurge a 1.500 ore annue che, su dieci mesi di attività, corrispondono a circa 35 ore settimanali, il carico sindacalmente riconosciuto di un operaio, Nel caso di un ipotetico studente "umanistico", viene assegnato un credito a ogni 25 ore di impegno: lezioni, esercitazioni, studio personale. A una disciplina importante, Storia, ad esempio, toccherebbero nove crediti comprensivi di 60 ore di lezione propriamente detta e di 165 ore di studio definibile come "privato".

Alla velocità media ipotizzata di cinque pagine all’ora, fanno 825 pagine. Sono due libri di media portata, equiparabili a un testo delle superiori integrato al più da un’opera scelta dal docente, nel caso si mantenga l’equilibrio tra lineamenti generali della disciplina (detti «parte generale») e corso monografico (la porzione più originale e innovativa dell’insegnamento) che avrebbe così il magro supporto di un solo volume.

L’attribuzione all’intero triennio di un "valore" di 180 crediti può far prevedere un curriculum comprensivo di una ventina di volumi, esito poco entusiasmante, vista la già scarsa confidenza col libro di una gioventù studiosa assediata dal computer e altri strumenti di comunicazione.

Il triennio suscita però qualche ulteriore incertezza sia sulle modalità di ingresso, sia sulla conclusione di un iter, prevedibilmente il più frequentato di tutta la struttura universitaria. Agli istituti e dipartimenti potrebbe essere affidata non solo la verifica dell’esistenza delle condizioni minimali per l’accesso delle matricole al triennio, ma soprattutto l’integrazione delle lacune nella preparazione di base. Il mese di settembre verrebbe trasformato in un accelerato corso di recupero per le sempre più evidenti carenze dell’insegnamento secondario, con danno sia per la ricerca, sia per la convegnistica tipica del trapasso tra estate e autunno. La conclusione del triennio sarebbe affidata a una (breve) ricerca scritta, o a un colloquio finale, o a una prova più impegnativa, a quello che la vecchia Austria chiamava, a Pavia e a Padova, esame "rigoroso", ma si è ampiamente nell’incerto.

Lo stesso corpo docente viene sottratto alla routine dell’intangibile titolarità della propria disciplina per essere in qualche modo ricollocato nella nuova articolazione dei percorsi accademici. Il suo insegnamento innanzitutto potrà (o dovrà?) essere distribuito in moduli, in segmenti frequentabili dallo studente separatamente e riaggregati, secondo scelte e opportunità, in un percorso didattico personalizzato.

Lo studente di storia contemporanea potrà utilizzare un modulo di letteratura italiana, ad esempio inerente l’età del Risorgimento, acquisendo così un premio in crediti da aggiungere al suo curriculum, il tutto secondo procedure e valutazioni da definire. Certo, insorge un dubbio sullo sbranamento dell’antico corso monografico, che potrebbe trovarsi privato dalla sua coerente fisionomia culturale e capacità formativa.

Ma è l’idea stessa di cattedra a trovarsi in discussione, con la sua tradizione di sicura padronanza di una disciplina e con le cadute del noto privilegio. I corsi di laurea, in una prospettiva di qualificazione professionale, andranno aumentati e magari semplicemente raddoppiati, col risultato di un’"applicazione" dei docenti agli itinerari e alle discipline che si spera ragionevole e concordata.

Altra incognita della riorganizzazione triennale del primo ciclo degli studi universitari è il destino dei fuori corso, di quelle centinaia i migliaia di studenti lavoratori (o aspiranti tali) che trascinano nel tempo la conclusione degli studi. L’effetto del «3+2» sarà uno sgonfiamento del peso esorbitante di questa lista di attesa, ma c’è il rischio dell’applicazione retroattiva del sistema dei crediti ai faticosi curricula del passato. Molti studenti si troverebbero ad avere già acquisito i titoli necessari al conseguimento della laurea "breve", senza però aver effettivamente percorso i nuovi itinerari professionalizzanti previsti dalla riforma. Attraverso un puro calcolo burocratico, essi potrebbero essere già laureati, ma tale cartaceo riconoscimento svaluterebbe il nuovo titolo triennale prima ancora di essere percorso e meritato: dannosissimo effetto di una possibile "amnistia" o sanatoria accademica. E, d’altra parte, non è così facile immaginare una fase di transizione che sgombri il campo dai pesanti cascami della vecchia e gloriosa università senza penalizzare irrimediabilmente il futuro.

Gli appuntamenti, dunque, non mancano. Se si vuol salvare la migliore eredità del passato, la libertà di ricerca costituzionalmente garantita con un livello culturale non secondo a nessuno e innestarla sulle esigenze del mondo produttivo e sull’intercambiabilità con le strutture transalpine, molto lavoro resta da fare, anche nella sola fase di decollo del primo triennio, ricco di possibilità e di ombre.