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Dal "Corriere della Sera" di Martedi' 06 Marzo 2001
La nuova Università. Riformiamo la riforma.
di LUCIANO CANFORA e ANGELO PANEBIANCO
Dal prossimo anno accademico l'Università italiana dovrà obbligatoriamente
organizzarsi, come la legge recentemente approvata prescrive, secondo nuove
modalità: laurea triennale di primo livello, laurea biennale di
specializzazione, generalizzata adozione del sistema dei crediti. La riforma
che ciò impone è nata, nelle intenzioni dei suoi ideatori, per dare al
sistema universitario italiano maggiore flessibilità rispetto al precedente
assetto, per adeguare gli studi universitari alle mutate esigenze, e per
consentire all'autonomia delle singole sedi, Facoltà e Corsi di laurea, come
venne inizialmente detto, di dispiegarsi senza più i ceppi e i vincoli che
l'hanno fin qui mortificata. Il risultato finale è stato però tutt'altro :
errori di valutazione e di scelta e le pressioni incrociate degli interessi
corporativi, insieme, hanno prodotto alla fine una gabbia d'acciaio, una
cappa rigidissima che mortifica almeno quanto il precedente assetto
l'autonomia universitaria, non tiene conto delle obiettive diversità
(disciplinari, metodologiche, ecc.) fra i diversi corsi di studio
universitari e, tutto appiattendo, rischia di accelerare, non di frenare, il
processo in atto di deterioramento del sistema universitario. Gli estensori
di questo appello chiedono di sanare i guasti maggiori.
A tal fine riteniamo auspicabili i seguenti interventi:
1) che le Facoltà siano libere di organizzare le lauree di primo livello su
tre anni oppure su quattro anni.
In questo modo si aderirebbe al "vero" spirito della dichiarazione
congiuntamente sottoscritta a Bologna nel 1999 dai Rettori delle principali
Università europee, e da cui è nata la spinta che ha portato alla riforma
universitaria italiana. La dichiarazione di Bologna prevedeva infatti una
laurea di primo livello di "almeno tre anni". Lasciare le Facoltà libere di
scegliere fra durata triennale e durata quadriennale è essenziale perché i
diversi corsi di studi, per le loro interne caratteristiche, hanno esigenze
diverse. Ci sono settori di studi, per esempio tecnico-scientifici, che, per
il loro carattere immediatamente professionalizzante, si prestano bene a
un'organizzazione della laurea di primo livello su tre anni. Ci sono altri
settori di studi, ad esempio molti degli umanistici (ove gli insegnamenti di
base non possono avere un orientamento professionalizzante) cui si adatta
assai meglio la durata quadriennale. Si lasci che siano le Facoltà a
scegliere. Si tenga per giunta conto del fatto che la durata quadriennale
della laurea di primo livello resta la più diffusa sia in Europa sia negli
Stati Uniti .
2) che la ripartizione dei crediti direttamente stabilita dalla legge, sia
nel caso delle lauree di primo livello sia nel caso delle lauree
specialistiche, non debba in nessun caso superare il trenta/quaranta per
cento del totale dei crediti a disposizione dei corsi di laurea.
Oggi il sessantasei per cento (formalmente ma di fatto la percentuale è
ancora più alta) dei crediti è assegnato alle diverse attività e discipline
direttamente dalle norme. In questo modo, la libertà di scelta e l'autonomia
delle Università, Facoltà e Corsi di laurea, sono state praticamente
vanificate.
Si tratta di garantire alle Università libertà nella costruzione dei
percorsi di insegnamento, pur nel rispetto di alcune condizioni minime di
omogeneità.
3) che sia lasciata alle Università, alle Facoltà e ai Corsi di laurea la
libertà di distribuire i "crediti" in funzione di autonome valutazioni sul
peso dei carichi didattici.
Occorre, in altri termini, eliminare la norma che, legando artificiosamente
crediti e ore di lavoro (secondo la legge vigente a ogni credito dovrebbero
corrispondere venticinque ore di lavoro dello studente), contribuisce a un
irrigidimento ulteriore dell'intero sistema e contiene i germi della
dequalificazione dell'insegnamento universitario.
Un provvedimento che "riformi la riforma" nei tre punti indicati, per la sua
semplicità, può essere varato molto rapidamente. Esso contribuirebbe a
salvaguardare la dignità dell'insegnamento universitario oggi seriamente
minacciata.
Gli estensori di questo appello si augurano che già in questa fase finale
della legislatura si possa approvare tale provvedimento. Se ciò non
risultasse possibile, auspichiamo almeno che, dopo le elezioni, il ministro
competente, chiunque egli sia, scelga di farne il suo primo, qualificante,
atto.
Le adesioni dei docenti universitari potranno essere inviate al seguente
indirizzo di posta elettronica: appello@rcs.it oppure al numero di fax:
080.5714206.
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