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Dal "Corriere della Sera" di Giovedi` 29 Marzo 2001
Replica alle tesi vicine al ministero.
La riforma della riforma eviterà il caos universitario.
L' appello "Riformare la riforma", con cui chiedevamo interventi urgenti di
modifica della recente legge di riforma dell'Università, pubblicato dal
Corriere lo scorso 6 marzo (CLICCA QUI per l'articolo), ha raccolto in pochi giorni parecchie centinaia
di adesioni tra i docenti e migliaia fra gli studenti. E le adesioni
continuano ad affluire. Per ragioni di spazio, è impossibile pubblicare un
elenco completo. Diamo solo alcuni nomi, indicativi del carattere corale e
non partitico della positiva risposta che è venuta dal mondo universitario.
Si può anche dire che le adesioni provengono praticamente da tutte le
Facoltà, sia umanistiche che scientifiche, e da ogni regione italiana.
Hanno aderito, fra gli altri, Fabio Roversi Monaco, già rettore
dell'Università di Bologna, Aris Accornero, Adriano Prosperi, Umberto Curi,
Remo Ceserani, Emanuele Severino, Guido Verucci, Giuliano Urbani, Antonio
Guarino, Martino Bonomo, Giuseppe Bedeschi, Ovidio Capitani, Antonio Carile,
Mario Bretone, Anna Pontani, Silvio Ramat, Giorgio Forti, Stuart Woolf,
Claudio Moreschini, Paolo Fedeli, Serena Vitale, Edoardo Del Vecchio, Luca
Serianni, Luigi Enrico Rossi, Lucio Russo, Emanuele Narducci, Claudio Cesa,
Gian Biagio Conte, Elena Aga Rossi, Sergio Bertelli, Enrico De Mita, Giulio
Ferroni, e tantissimi altri con cui ci scusiamo di non poterli citare.
L'appello propone tre modifiche.
La prima: lasciare libertà di scelta fra la durata triennale e quella
quadriennale della laurea di primo livello (assumendo che il triennio sia
più adatto agli ambiti disciplinari ove è possibile offrire autentiche
lauree "professionalizzanti").
La seconda: ridurre drasticamente la quantità di crediti direttamente
assegnati dalla legge ai diversi ambiti di attività e materie (il
sessantasei per cento secondo la legge, percentuale che rischia di essere
ulteriormente accresciuta dalle successive interpretazioni restrittive
imposte dal Cun, il Consiglio universitario nazionale), ampliando
decisamente la libertà di scelta dei singoli Corsi di Laurea.
La terza: eliminare l'insensato rapporto stabilito per legge fra crediti e
ore di lavoro (secondo la legge, un credito dovrebbe valere venticinque ore
di lavoro dello studente).
Chiediamo di spezzare la gabbia d'acciaio prodotta dall'effetto combinato di
questi tre elementi.
L'appello, come era ovvio, ha suscitato anche polemiche e critiche da parte
di coloro che difendono la riforma così com'è. Alcune di queste critiche ci
risultano incomprensibili. Ciò che chiediamo è più "libertà" di scelta per
Facoltà e Corsi di Laurea di quanta ne lasci l'impianto, secondo noi
esageratamente rigido, della legge. Nella convinzione che quella rigidità,
se mantenuta, produrrà effetti perversi, guasti e dequalificazione.
Lasciando da parte le critiche di taglio ideologico, francamente di nessun
interesse, abbiamo qui scelto di soppesare solo le argomentazioni del
professor Aldo Schiavone (pubblicate su la Repubblica del 9 marzo),
ritenendo la sua posizione rappresentativa, verosimilmente,
dell'orientamento di coloro che approvano la riforma. Schiavone, a
differenza di altri, conosce la legge di cui si parla, e ha pertanto
formulato critiche non generiche su ognuno dei punti da noi sollevati.
Quanto al primo punto, Schiavone pensa che lasciare alle Facoltà la libertà
di scegliere fra durata triennale e durata quadriennale significhi provocare
il "caos". Effettivamente, se una Facoltà di Lettere, poniamo, scegliesse il
triennio e un'altra Facoltà di Lettere il quadriennio, e così via, per tutti
i settori, si genererebbe il caos.
Basta però considerare, senza eccessi verbali, il significato che
assumerebbe il termine "caos" in questo caso: significherebbe abolizione di
fatto del valore legale del titolo di studio (le regole dell'accesso alle
professioni e al pubblico impiego dovrebbero essere a quel punto riviste).
Misura, forse, solo retoricamente invocata da tanti.
Per chi non vuole il "caos" c'è un'altra strada. Esistono in Italia le
Conferenze dei presidi. Su mandato dei Consigli di Facoltà le diverse
Conferenze dei presidi decidano, ciascuna, se le lauree di primo livello di
Economia, Chimica, ecc., in Italia, debbano avere durata triennale o
quadriennale.
L'essenziale è che, a seconda della natura delle materie, a seconda che sia
possibile offrire una laurea autenticamente "professionalizzante", oppure
no, si possa scegliere fra il triennio e il quadriennio.
Per quanto riguarda il secondo punto (ridurre la percentuale dei crediti
assegnati direttamente dalla legge), Schiavone ammette che se ne può
discutere ma ritiene che, comunque, dato che la legge non assegna i crediti
direttamente a singole materie ma a gruppi di materie, la libertà di scelta
sia complessivamente assicurata.
Rispondiamo che questo è vero in certi casi ma in altri assolutamente no: ci
sono ambiti disciplinari nei quali la rigidità, la ristrettezza delle
possibilità di scelta, ha raggiunto livelli intollerabilmente alti.
Chiediamo semplicemente di rovesciare il rapporto fra la percentuale di
crediti assegnati dalla legge e quelli decisi autonomamente dai Corsi di
Laurea. Perché avere così tanta paura della libertà?
Sull'ultimo punto, la critica di Schiavone diventa, sinceramente,
incomprensibile. Perché mai abolire l'equivalenza 1 credito = 25 ore di
lavoro dello studente, oggi prevista dalla legge, dovrebbe significare, come
Schiavone ritiene, abolire il sistema dei crediti tout court ?
Il meccanismo dei crediti è stato adottato in tanti sistemi universitari
occidentali, ma senza alcun bisogno di stabilire simili (ridicole)
equivalenze. Quasi ovunque nel mondo, le Facoltà assegnano autonomamente i
crediti nella maniera più ovvia: sulla base della durata (numero di ore) dei
singoli corsi. Non è forse questo il modo più intelligente di distribuire i
crediti senza le inutili rigidità imposte dall'incombente sistema italiano?
Rigidità che si sono manifestate, eccome, con effetti negativi, nel corso
delle attività di progettazione delle lauree di primo e di secondo livello
cui si sono dedicate in questi mesi le Università italiane.
Concludiamo richiamando una lettera incauta, ma involontariamente utile,
inviataci da un manipolo di rappresentanti del Cun. Con stile formalmente
corretto, ancorché ampolloso, ci accusano, bontà loro, di essere dei
conservatori, troppo pigri per apprezzare le novità.
L'utilità della lettera consiste nel fatto che ci offre l'occasione per
aggiungere, idealmente, una quarta richiesta alle tre contenute
nell'appello: la richiesta dell'abolizione del Cun.
Nato in un'epoca precedente l'instaurazione dell'autonomia universitaria,
oggi il Cun finisce, per evidenti ragioni, per apparire un fossile. Per
motivi di spazio non possiamo ora entrare nei dettagli, ma lo faremo quando
riceveremo, da parte del Cun, l'immancabile, sdegnata, lettera di protesta.
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