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Da "Il Sole 24 ore" di Giovedì 01 Novembre 2001
SCIENZIATI IN FUGA.
Occorre lavorare con serieta' e coraggio per far si' che il nostro Paese
ritorni a essere un posto "appetibile" per chi, italiano o straniero, e'
impegnato in progetti di studio di grande rilevanza.
Non basta piu' il solito maquillage.
Vuoi i «cervelli»? Finanzia la ricerca
di Renato Ugo
Il tema dello scarso interesse della politica per la ricerca e
l'innovazione tecnologica è come al solito ritornato all'attenzione in occasione della discussione sulla Legge finanziaria. È quasi un appuntamento fisso poiché gli immancabili proclami fatti durante l'anno vengono quasi sempre puntualmente smentiti. Ma non voglio unirmi al coro di proteste e di lamenti. È da circa quindici anni che seguo questo rito che ormai mi è venuto a noia come ogni cosa inutile. Vi è però un aspetto specifico della politica della ricerca su cui vale la pena di ritornare sia perché è centrale sia perché colpisce particolarmente la sensibilità del cittadino: il tema del rientro dei cervelli italiani. In realtà si tratta di un falso problema. La globalizzazione ha trasformato ormai il tema della migrazione dei cervelli in un problema di gestione della mobilità dei cervelli per ottimizzare la qualità delle risorse umane dedicate alla ricerca. Oggi i cervelli circolano e non emigrano. In termini non sempre permanenti i ricercatori si spostano dove vi sono le migliori condizioni per svolgere la loro ricerca. Quindi occorre porsi non una, ma due domande, e cioè: perché i ricercatori italiani emigrano quasi sempre in maniera permanente e perché i ricercatori stranieri di grande livello non vengono più a lavorare in Italia? Ho detto non vengono più, poiché alla fine degli anni 40, mentre i giovani Levi Montalcini, Dulbecco, Segre emigravano verso gli Stati Uniti, in parallelo il premio Nobel Chan e il futuro premio Nobel Bovet venivano a lavorare a Roma all'Istituto superiore di Sanità. Il problema è quindi la crisi strutturale che si è creata in Italia negli ultimi decenni. Il modello italiano del mondo della ricerca non è più attraente. Non vi è quindi da meravigliarsi della trascurabile risposta dei ricercatori italiani alla recente operazione "rientro dei cervelli" (si veda «Il Sole-24 Ore» del 27 ottobre) con cui, stanziando 120 miliardi - metà per pagare gli stipendi e metà per finanziare i programmi di ricerca - si intendeva dare una dote per tre anni a ricercatori sia italiani sia stranieri che volessero venire a lavorare in Italia. E non vi è neanche da stupirsi se la maggior parte dei ricercatori stranieri che ha risposto a questa proposta non viene dagli Usa, dalla Francia o dai Paesi del Nord Europa, ma viene dai Paesi dell'Est e in particolare da quelli dell'ex Unione Sovietica. Dal punto di vista dell'opportunità di poter condurre una ricerca di adeguato livello, l'Italia appare ormai attraente solo a chi, pur ottimo ricercatore, opera in Paesi strutturalmente e finanziariamente ai limiti della sopravvivenza. E allora che fare? Il vero problema non è la fuga dei cervelli, ma l'inadeguatezza del sistema strutturale e funzionale e la scarsità di risorse e di infrastrutture. È evidente che non si può risolvere il problema solo con un maquillage, come l'operazione "rientro dei cervelli", ma che occorre affrontarlo con ferma decisione. L'analisi di che cosa fare è elementare. Basta trovare risposte operative alla domanda: che cosa chiede un giovane ricercatore? Chiede di lavorare in un Paese in cui la scienza sia vista dai politici, dai media e quindi dal cittadino come un fattore di progresso e non come un pericolo. In un Paese dove vi sia la libertà di ricerca e dove non basti un piccolo gruppo di "talebani" verdi per imporre il chador alla ricerca agrobiotecnologica. In un Paese dove il riconoscimento del proprio lavoro permetta di crescere rapidamente e quindi la carriera non sia legata all'anzianità. In un Paese dove si riconosca che la professione del ricercatore è meritocratica e non piattamente egualitaria. In un Paese dove la politica e l'industria riconoscano che la ricerca è un investimento per il futuro e non una spesa. In un Paese dove le risorse non vengano parcellizzate per fare tutti contenti ma siano concentrate su temi forti e su strutture competitive e rilevanti per la Nazione e su chi ha dimostrato di poter raggiungere l'eccellenza. In un Paese dove l'eccellenza non sia frutto di un'autovalutazione, ma di un riconoscimento internazionale. In un Paese dove un giovane ricercatore non debba vivere come un asceta, con stipendi da fame, ma veda riconosciuto sia finanziariamente sia socialmente il proprio ruolo nella moderna società. In conclusione, in un Paese flessibile che realmente faccia parte di un sistema globale di ricerca, perché nell'ambito della ricerca l'Italia si sta allontanando a poco a poco dai grandi flussi della "circolazione dei cervelli". Quindi non basta offrire una dote per tre anni per far ritornare i nostri ricercatori. Occorre pensare più in grande con una operazione «rifondiamo il sistema e rivalutiamo la ricerca». Solo operando con grande coraggio e se necessario con metodi bruschi, come spesso si fa nei turn-around aziendali, si potranno ricreare quelle condizioni strutturali e funzionali per cui i cervelli sia italiani sia stranieri migreranno di nuovo verso l'Italia. Sono le condizioni che possono permettere sia a un giovane ricercatore sia a un ricercatore di fama mondiale di competere con sufficienti speranze e con adeguate masse critiche sia finanziarie sia strutturali nella durissima, ma esaltante competizione globale della grande scienza.
*Università degli Studi di Milano
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