Da: “Il Sole-24 Ore” di Martedì 23 Settembre 2003, pag.31

Specializzazioni mediche: Italia fuori rotta Ue
Tredici tipologie di corsi senza passaporto europeo


di Manuela Perrone

ROMA - Ben 13 specializzazioni mediche rischiano di non trovare casa nell'Unione europea. O perché in altri Stati non esistono, come tossicologia o psicologia clinica. Oppure perché hanno denominazioni diverse rispetto a quelle elencate (in quanto "notificate" dagli Stati) nella direttiva Ue sulla libera circolazione dei medici. È il caso di medicina legale, neurofisiopatologia, cardiochirurgia. Il risultato è il caos, come anticipato su «Il Sole-24 Ore Sanità» di questa settimana.

A lanciare l'allarme sugli «specializzandi solo per l'Italia» è l'Associazione medici specialisti della Comunità europea e specialisti in formazione (Amsce). «Stiamo ricevendo molte richieste di aiuto - spiega il presidente, Marilena Celano - da medici che si sono specializzati in Italia e che non riescono a far valere il loro titolo all'estero».

È il danno oltre la beffa: da un lato lo Stato italiano risulta inadempiente per la mancata attuazione del Dlgs 368/1999, che ha recepito le direttive Ue sulla formazione specialistica dei camici bianchi, trasformando (sulla carta) le borse di studio in contratti di formazione-lavoro. Dall'altro, rischia di sfornare medici che in Europa possono non essere riconosciuti automaticamente come specialisti, al termine di sei anni di corso di laurea e quattro di specializzazione.

L'Amsce ha individuato 13 scuole non a norma, sulla base dell'allegato C alla direttiva 93/16/2001, come modificata dalla 2001/19/Ce: audiologia e foniatria, cardiochirurgia, farmacologia, genetica medica, igiene e medicina preventiva, medicina dello sport, medicina di comunità, medicina legale, neurofisiopatologia, oncologia, psicologia clinica, scienza dell'alimentazione e tossicologia medica. Insieme, rappresentano il 24,5% delle 53 denonúnazioni di specialità attivate nell'anno accademico 2002/2003, per un totale di 629 borse di studio assegnate dal ministero dell'Istruzione (pari al 12% delle 5.320 erogate). In soldi, si tratta di 566mila euro al mese (a ogni specializzando va una borsa di circa 900 euro).

«Queste scuole, attivate in Italia per "specifiche esigenze del Servizio sanitario nazionale", come consentito dal Dlgs 368/1999, non sarebbero neppure tenute a seguire le direttive Ue», spiega Celano. «Una sentenza della Corte di giustizia del 1999 (causa C-131/97) stabilisce che solo chi ha frequentato le scuole riconosciute a livello Ue - continua Celano - ha diritto al rimborso dei danni subiti dallo Stato italiano, che non si è adeguato alle normative europee».

Le altre scuole «potrebbero quindi avere statuti diversi, senza le rigide regole imposte dalla direttiva (frequenza obbligatoria, divieto della libera professione, e così via).

Se il ministero della Salute non commenta, conferma l'esistenza di difficoltà Francesco Maria Avato, direttore dell'Istituto di medicina legale dell'università di Ferrara ed ex presidente della Conferenza dei presidi di medicina: «La diversificazione tra Stato e Stato non è di per sé sbagliata, ma occorre avvisare gli studenti e studiare soluzioni». Gli fa eco Giuseppe Del Barone, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «Alcune specializzazioni sono di fatto inesistenti. La Fnom sta attivando commissioni ad hoc che lavorino sul quadro europeo. Ma attenti: le specializzazioni sono già troppe. La strada non è quella di aumentarle».

Con l'intensificarsi della mobilità dei lavoratori dell'Unione, la questione diventa scottante. Un caso tra tanti: Margherita Popolo, laureata in medicina e specializzata in tossicologia medica all'Università di Catania, non riesce a lavorare come specialista in Francia, dove la "tossicologia" è una sub-specialità. «Per i francesi - denuncia - io sono un medico generalista».