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Da "La Repubblica" di Giovedì 19 Ottobre 2000
Messina, retata nell'ateneo
Le cosche gestivano corsi e esami, arrestati anche medici e docenti.
Trenta persone in carcere, sette i ricercati, settanta gli indagati. L'università era in mano alla 'ndrangheta
di FRANCESCO VIVIANO
MESSINA - Uno faceva l'elettricista, aveva la licenza elementare ma in sette anni si è diplomato e poi laureato in medicina; molti sono diventati medici, odontoiatri per lo più, senza avere sostenuto un solo esame perché al loro posto si presentavano altri "bravi" studenti; quanto alla "Casa dello Studente", era il ritrovo per mafiosi e trafficanti di ogni genere. Tutto questo avveniva nella "Libera Università degli "esami"" di Messina - come l'ha definita in una conversazione intercettata dalla polizia il professor Augusto Ioppolo, che presiedeva una commissione d'esami della facoltà di Economia.
Così era fino a ieri; adesso le cose cambieranno, si spera, e gli esami truccati saranno più difficili perché i "gestori" dell'ateneo messinese sono finiti in galera. Arrestati in un maxi blitz della squadra mobile di Messina su ordine della Procura della Repubblica della città dello stretto guidata da Luigi Croce. In carcere sono finiti in 30, altri 7 sono ricercati, altri 70 sono indagati e tra questi molti illustri docenti di Messina.
Gli arrestati sono un paio di "studenti a vita", mafiosi calabresi, medici (ginecologi ed odontoiatri), un ex consigliere di An della provincia di Messina. Tutti coinvolti a vario titolo nella compravendita delle lauree ed in un vasto traffico di stupefacenti. L'inchiesta ha provato che l'Università era in mano alla "ndrangheta" che, con minacce o regali, avrebbe costretto per anni docenti universitari a "regalare" lauree agli amici, agli amici degli amici. Ecco come l'Ateneo è stato definito nell'ordinanza di custodia cautelare dal procuratore Croce e dai sostituti Laganà e Barbaro che hanno coordinato l'inchiesta: "L'università di Messina è al centro di una serie di strani fenomeni che ne condizionano pesantemente l'attività, è un ateneo fortemente influenzato da fattori esterni".
E i docenti? Ecco ancora la dura accusa della Procura: "C'è una prima categoria di docenti, quelli collusi o comunque legati da rapporti specifici che li costringono a rimanere assoggettati alle pressioni esterne; la seconda categoria di docenti, quella verosimilmente più numerosa, è quella degli "intimiditi"...che si sono guardati bene dallo sporgere denuncia e, se non si sono piegati concedendo il diciotto di rito, hanno lasciato tale compito ad altri disertando ad arte le sessioni di esami cui dovevano partecipare gli studenti "segnalati"; la terza categoria è quella di coloro che, non avvicinabili, hanno resistito all'intimidazione, costringendo i responsabili ad affrontare il rischio o della falsificazione dei documenti universitari e della sostituzione di persona, ovvero della minaccia esplicita e, al limite, della rappresaglia".
Con questi metodi, centinaia di studenti calabresi sono diventati medici. Da quella "Libera" Università "è uscito un plotone di odontotecnici - scrivono i magistrati - che a Messina hanno colto successi universitari impensabili nelle sedi di provenienza". Perché a Messina chi controllava l'Università e gli appalti ad essa collegati era la "ndrangheta" che attraverso i suoi "picciotti", medici (alcuni non hanno mai esercitato la professione) e studenti fuoricorso da una vita, controllavano il mercato delle lauree ma anche quello del traffico di stupefacenti.
Tra i "picciotti" finiti in galera Fausto Arena, Marco Artuso, il ginecologo Raffaele Cordiano, Alessandro Rosaniti, dentista, Carmelo Patti, ex consigliere provinciale di An, un paio di rampolli della "famiglia" Morabito di Africo. Ed il referente principale era il professor Giuseppe Longo, arrestato qualche anno fa e indagato per l'uccisione del collega Matteo Bottari, assassinato il 15 giugno del 1998. Il nuovo Rettore di Messina, Gaetano Silvestri, che ha dato un contributo all'indagine, ha tirato un sospiro di sollievo: "L'intervento della Procura è stato salutare perché ci aiuta ad estirpare una mala pianta che si era insediata anche dentro l'Università da molti anni".
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Lezioni e canne mozze il supermarket degli affari
L'ateneo sempre al centro degli interessi mafiosi.
Agguati, estorsioni e l'omicidio di un professore
di ATTILIO BOLZONI
MESSINA - E' una miniera d'oro ed è un inferno, è un supermarket di affari sporchi, una terra di nessuno dove si ruba e si spara, si compra e si vende. Qualche volta si può anche morire. Una fucilata alla schiena e poi più nulla, solo silenzio e solo paura. Confidava un illustre docente al suo Rettore Magnifico: "Se non ci vado entro domani quelli tirano fuori i ferri e pum...pum...pum...". Non è solo mafia e non è solo 'ndrangheta, è una velenosa salsa dello Stretto, dotte lezioni e canne mozze, ci sono invischiati un po' tutti, insospettabili studenti e sospettabilissimi baroni, impresari, fornitori, sicari, infermieri, chiarissimi professori, piccoli e grandi pescecani. E' la premiata ditta universitaria dei ricatti e delle estorsioni, è l'Ateneo di Messina.
Un epatologo di fama veniva chiamato dai suoi colleghi "topacchione assassino". Alle spalle ne sparlavano, sapevano che era un uomo pericoloso. Ma davanti gli dicevano: "Caro Peppino, sei il migliore... ce ne vorrebbero dieci, cento, mille come te in questa nostra Università". Peppino - che poi era il professore Giuseppe Longo - in effetti finì in carcere per cose di mafia e addirittura pensarono a lui per l'omicidio di Matteo Bottari, un endocrinologo che era il genero del rettore Guglielmo Stagno D'Alcontres e l'allievo prediletto del rettore Diego Cuzzocrea. Parentele, amicizie, il clan, tante coperture nei Palazzi di Messina, quando serviva la manovalanza arrivava con il ferry boat dalla Locride.
Forse vennero dall'altra parte del mare anche i killer dell'endocrinologo una sera di gennaio del '98, un incrocio, un'auto che non riparte e lì dentro un cadavere eccellente. Lupara, caricata con i pallettoni per abbattere i cinghiali. Scrisse il quotidiano locale: "I due colpi hanno spappolato una parte del volto del professore Bottari che piaceva anche a donne sposate". Il giorno dopo i giornalisti si scusarono con i lettori, ma la "pista passionale" intanto era stata lanciata in una Messina che voleva vivere felicissima e soffocata dal suo fango.
Delitti. E bombe e minacce e "sparatine". L'Università come il Far West da almeno dieci anni. Una calibro 22 per gambizzare nel novembre 1995 Giancarlo De Vero, docente di Giurisprudenza. Rassicura il rettore Cuzzocrea: "Certo il clima non è tra i migliori, ma non drammatizzerei più di tanto". Due anni prima avevano fatto saltare in aria con la dinamite l'ingresso centrale dell'Università, un anno prima avevano ferito a pistolettate il professore Antonio Pernice, tre mesi prima avevano lanciato una molotov nell'aula di Mineralogia. E proprio in quel periodo c'era stato il primo morto, uno studente di Medicina. Si chiamava Antonio Sciarrone, i sicari gli spararono ma quando si accorsero che era ancora vivo lo finirono con un coltello da cucina. Nessuno ha mai scoperto nulla di quel delitto. Come del ferimento di un metronotte in servizio alla cittadella sportiva o dell'incendio all'istituto di Diritto privato o dell'altra bomba a Economia. Campo di battaglia e frontiera per ogni razzia, città nella città, l'Università che è la più grande azienda di Messina, 500 miliardi di bilancio, 1500 docenti, 50 mila studenti.
E poi quei 30 e lode strappati nei corridoi. Milioni per esami mai sostenuti, un preside finito in un giro di usura, la famosa inchiesta giudiziaria denominata "Aula Magna" che nel 1997 coinvolge Lettere e Scienze Statistiche e Medicina.
Scandali, pentiti di mafia che svelano misteri universitari, logge segrete e bande di calabresi che minacciano tutto e tutti. L'Università che è covo, tana di malaffare. Ecco cosa rivelava alla commissione parlamentare antimafia - e siamo nel gennaio del 2000 - il nuovo procuratore della Repubblica Luigi Croce: "Ho trovato un'omertà che a Palermo, tanto per fare un esempio, al confronto è a livello di asilo infantile. Le minacce al nuovo rettore Silvestri sono gravissime, vogliono colpire chi sta cercando di fare pulizia...".
Il "caso Messina" cominciò proprio con le indagini sull'Università, i patti economici in famiglia, il fratello del rettore che era anche cognato del vecchio procuratore e aveva vinto l'appalto miliardario per la fornitura dei medicinali al Policlinico, le inchieste giudiziarie che si aprivano e chiudevano come fisarmoniche. Le investigazioni poi si estesero in tutto l'Ateneo e dalle facoltà al Comune, alla Provincia, al Palazzo di Giustizia. Non era mai accaduto a Messina, considerata la più "babba" delle città siciliane, cioè la più stupida, quella senza mafia e mafiosi. Eppure di certe storiacce dentro l'Università se ne era parlato già negli Anni 70, quando la casa dello studente era cosa dei clan calabresi e dei "neri" che venivano dalla Grecia dei colonnelli e dai moti di Reggio. Anche allora bombe e attentati, anche allora docenti minacciati, esami a tariffa, truffe, appalti pilotati, traffici di droga. Cominciarono proprio in quel tempo ad allungare le mani sull'Università.
Poi diventarono potenti uomini come quello che chiamavano "il topacchione assassino", il professore Giuseppe Longo. Una volta fu anche misteriosamente sequestrato. Però tornò libero improvvisamente. Titolarono i giornali dell'epoca: "L'ostaggio ha beffato l'Anonima". L'ostaggio festeggiò con sei amici, erano tutti mammasantissima della Locride.
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