Da "Il Corriere della Sera" di Martedi` 15 Maggio 2001

Lettere al Corriere: "L'Università che vogliamo. Una riforma da respingere".

La riforma universitaria in cantiere ormai da parecchio tempo nelle Università italiane suscita troppe perplessità per non dover essere ripensata a fondo dopo le elezioni:

1) È nata in modo arbitrario e caotico, al di fuori non solo di una verifica seria in ambiente accademico, ma addirittura di un vero controllo da parte del Parlamento italiano, spesso in nome di direttive europee acriticamente e meccanicistamente recepite.

2) Dequalifica la laurea e l'intero corpo docente universitario, attraverso l'introduzione della cosiddetta "laurea triennale", che si configura come una sorta di "superdiploma" sia per le sue dominanti caratteristiche (come la pericolosa confusione di formazione e divulgazione, nonché la mancanza di una tesi finale), sia perché va a combinarsi con una riforma della scuola che riduce di un anno il curriculum preuniversitario: cosicché, l'intera manovra appare più che altro un mezzo per prolungare il parcheggio dei giovani nell'area della disoccupazione o per aumentare il numero dei "laureati" senza un'effettiva qualificazione.

3) Prolunga inutilmente (con un quinto anno non necessario e inteso solo a moltiplicare i posti d'insegnamento) i tempi di laurea per gli studenti migliori e più seri.

4) Non dice una parola a favore della frequenza degli studenti e sui mezzi per assicurarla effettivamente con adeguati sostegni economici per i meritevoli.

5) Svilisce e mercantilizza la cultura, sia per il linguaggio adottato (i "crediti"), sia perché tende ad avere per referente e interlocutore non tanto la società civile nel suo complesso quanto solo ed esclusivamente il mondo delle imprese.

6) Svilisce la funzione di formazione critica che dovrebbe essere propria dell'Università, formazione tanto più importante proprio in quelle società cosiddette avanzate che si caratterizzano per il ruolo di appiattimento culturale giocato dal sistema dei mass media.

7) Obbliga i docenti, e non solo in questa fase di transizione, a nuove insensate mansioni gestionali, colpendo alla radice la possibilità di dedicare il tempo necessario alla ricerca e alla didattica, ivi compreso l'indispensabile continuo aggiornamento, col rischio di costruire una figura di docente generico, prevalentemente dedito a fare esami a studenti non frequentanti (l'esamificio un tempo temuto è diventato realtà).

L'Università, di cui tutti noi auspichiamo un vero rinnovamento che la migliori e la adegui ai tempi, eliminando anche eventuali forme di parassitismo e di assenteismo, non può dequalificarsi; deve restare luogo di "sapere critico" secondo una consolidata tradizione di politica culturale che nel nostro Paese copre non soltanto la storia dell'Italia repubblicana, ma persino il periodo fascista e la stessa "riforma Gentile"; non può diventare mera esecutrice di ricerche commissionate da privati; deve mantenere, sia pure in forme nuove, un giusto equilibrio fra materie e facoltà scientifiche e materie e facoltà umanistiche. L'attuale "riforma" va quindi respinta, per il gravissimo passo indietro che configura e per il contributo che dà alla distruzione di quel poco che resta dell'Università alla quale abbiamo scelto di dedicarci.

Marco Bellingeri (Associato, Scienze Politiche, Torino)
Giuseppe Bonaffini (Ordinario, Scienze della Formazione, Palermo)
Anna Bono
Franco Cardini (Ordinario, Lettere e Filosofia, Firenze)
Angelo D'Orsi (Associato, Scienze Politiche, Torino)
Domenico Losurdo (Ordinario, Scienze della Formazione, Urbino)
Giulio Lucchetta (Associato, Lettere e Filosofia, Chieti)
Umberto Melotti (Ordinario, Sociologia, Roma La Sapienza)
Claudio Moffa (Straordinario, Scienze politiche, Teramo)
Paolo Parra
Tito Perlini (Associato, Lettere e Filosofia, Venezia)
Ezio Sciarra (Straordinario, Lettere e Filosofia, Chieti)
Eide Spedicato (Ricercatore, Lettere e Filosofia, Chieti)
Carlo Taormina (Ordinario, Giurisprudenza, Roma Tor Vergata)