Da: “Il Sole-24 Ore” di Sabato 4 Ottobre 2002, pagg.1-9

La sfida degli Atenei: Reclutamento dei docenti, valutazione della didattica, modalità di assegnazione degli incentivi, nuovo rapporto con gli studenti:
solo con un radicale rinnovamento i corsi di laurea possono raggiungere standard internazionali.
Università, così si compete in Europa


La percentuale dei nostri laureati è molto inferiore a quella degli altri Paesi sviluppati; nelle principali pubblicazioni scientifiche internazionali sono poche le citazioni di lavori svolti dai nostri ricercatori (un indice assai affidabile per valutare lo stato del settore); è troppo bassa la nostra capacità di attirare studenti stranieri. Questi tre indicatori dimostrano come il nostro sistema non funzioni a dovere. Il contrastato cammino dell'autonomia universitaria e la complessa realizzazione della riforma didattica del «3+2» (oggi tutte le facoltà sono tenute a creare corsi di laurea triennali, seguiti, ma solo per i meritevoli, da due anni di studio «specialistico») offrono agli atenei nuove opportunità, ma hanno anche esasperato le anomalie e le debolezze strutturali del sistema: elevata percentuale di abbandoni, cronica scarsità di investimenti, moltiplicarsi senza regole dei corsi, reclutamento dei docenti che favorisce i candidati locali e non premia i migliori, livellamento degli stipendi, assenza di motivazioni di studenti e professori.

Di qui la necessità di confrontarci con i sistemi degli altri Paesi. Dove esiste un'università dell'eccellenza? Come funziona e quali ne sono i costi?

Come si reclutano e si pagano - eventualmente in base alla produttività - i docenti? «Il Sole-24 Ore» illustra in questa prima puntata i casi di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. Per capire, come sottolinea Giacomo Vaciago, quali percorsi di qualità il nostro Paese sarà obbligato a seguire, pena una perdita ulteriore di competitività sulla scena internazionale.

Gli atenei italiani: l’eterna malattia del provincialismo
L’emulazione delle situazioni di eccellenza è la strada giusta per uscire dall’impasse


di Giacomo Vaciago
Professore Ordinario di Economia all’Univ.Cattolica del Sacro Cuore - Milano

Chiunque di noi riconosce una buona università quando ne vede una. Suggerisco tre criteri per accertare la qualità di un'università. Anzitutto, la sua capacità di attrarre gli studenti migliori: la reputazione di un'università può essere con qualche approssimazione misurata dalla somma dei chilometri che gli studenti percorrono per raggiungerla. Se ci vanno solo gli studenti nati e residenti lì, quella cifra sarà piccola e tale sarà la qualità dell'università, simile a un liceo. Nel caso invece, in cui quella cifra sia molto grande, vorrà dire che gli studenti si sono mossi anche da molto lontano; da tutto il mondo!

Cosa che di solito si fa solo se ne vale davvero la pena, cioè per università considerate le migliori. Il secondo criterio è dato dalla varianza degli stipendi pagati ai professori. I professori con i migliori "curriculum vitae" guadagnano più dei professori meno bravi.

Le università migliori cercano di avere i professori più famosi, e quindi pagano stipendi più alti. Più grande è la varianza degli stipendi e più è probabile che la migliore università sia quella che è riuscita ad attirare i migliori professori, ovunque essi inizialmente fossero.

Infine, il terzo criterio riguarda i metodi di valutazione. In un sistema che funziona bene se c'è meritocrazia, questa deve essere praticata anche nei confronti degli studenti. I quali saranno quindi sottoposti a giudizi e valutazioni di cui devono essere affidabili - e stabili nel tempo - i principali criteri. Le università migliori sono in grado di confrontare i loro studenti e di giudicarli in modo ordinale secondo parametri preordinati che vengono rispettati anno dopo anno. Essere stato il "primo" vent'anni fa o esserlo adesso deve avere la stessa interpretazione.

Possiamo applicare questi tre criteri al nostro Paese, e così sapere quali sono le migliori università italiane? Ovviamente, no. Perché noi - soprattutto dopo il '68 - abbiamo fatto leggi e scelte politiche che vanno in direzione opposta.

Abbiamo speso molti soldi per raddoppiare le sedi universitarie, riducendo così la mobilità degli studenti. Facendo tante università "provinciali" ma formalmente indistinguibili dalle altre. La contrattazione di ogni università con i docenti per definire stipendi individualmente meritati non è neppure stata mai pensata. E anche la valutazione degli studenti è lasciata alla discrezionalità di ciascun docente e non può comunque essere di tipo comparativo. In Italia il "primo della classe" è un'invenzione letteraria!

Infatti, mentre ogni anno il «Times» pubblica i nomi dei laureati che sono "fast" a Oxford e a Cambrige, da noi ciò è semplicemente impensabile: la legge italiana vieta esami seri (chi di noi li fa, deve tenerlo segreto).

Pensate che financo per i concorsi a cattedra, l'elenco dei vincitori è da fare in ordine alfabetico: guai in Italia a dire o scrivere che un professore è meglio di un altro!

Questa essendo la situazione - che è andata peggiorando negli ultimi trent'anni - come ne usciamo? Ho una sola risposta: guardiamo a che cosa fanno i migliori al mondo, e cerchiamo di competere con loro. Seguiamo cioè il metodo dell'emulazione, che è l'unico nella storia dell'umanità che ha sempre dato buoni risultati.

Qualcosa del genere lo sta facendo il Governo inglese che nel gennaio scorso ha pubblicato un bel "Libro Bianco" sui problemi dell'università nel Regno Unito.

Mentre noi prima facciamo le riforme e poi ne discutiamo, gli inglesi si rendono conto dell'attrazione esercitata dalle più famose università americane sui loro migliori diplomati, che in numero crescente non vanno più quindi a università pur famose come Oxford e Cambrige. Noi non abbiamo neppure quel problema, avendone uno ancora più di base, che è quello di garantire che sia speso bene ciò che va oggi all'università, privi come siamo di strumenti di valutazione della qualità degli studenti e dei loro professori. L'abbiamo appena visto quando il Governo - seppure in modo un po' sgraziato - ha tentato di riaffermare la sacrosanta necessità di valutazione dell'efficienza dell'università italiana.

Nei Paesi in cui l'università forma la classe dirigente, è importante priorità politica e non è lasciata al caso, la qualità con cui quella missione viene svolta. Noi quando vogliamo iniziare ad occuparcene? E pensiamo che a farlo dovranno essere solo gli ispettori del ministro, o anche i nostri migliori studenti, potendo tornare a scegliere tra le università?

A Milano, un'importante novità è appena venuta dal nuovo Collegio promosso dall'Aspen con l'aiuto di un gruppo di imprenditori illuminati. Qualcosa del genere lo stiamo progettando con il Collegio di Piacenza, dove Università Cattolica e Politecnico di Milano hanno la fortuna di poter contare su tanti antichi conventi disponibili ad accogliere studenti universitari, con un adeguato progetto formativo. Ma queste pur pregevoli iniziative devono essere ancora accompagnate da una più profonda riflessione sul futuro della nostra università: con quali nuove regole riusciremo a garantirne la qualità?

Gran Bretagna

Nomine e stipendi in autonomia


di Marco Niada

LONDRA – Ogni anno sono 400mila i nuovi iscritti alle università britanniche, pari al 43% dei giovani tra i 18 e i 30 anni. Obiettivo del Governo è salire al 50% entro il 2010.

Il sistema universitario britannico è basato sul merito, anche se la massima parte dei fondi proviene dallo Stato. Poche grandi università, come Cambridge, Oxford, la London School of Economics (che ha il 70% di studenti stranieri), l'Imperial College, dispongono di una sostanziale componente di introiti privati. Nella ricerca il settore privato gioca un ruolo più ampio e i posti per i ricercatori sono legati a programmi precisi. Le università sono pienamente autonome nelle scelte di reclutamento e nella destinazione dei finanziamenti pubblici e privati.

Il Governo intende portare entro il 2006 la spesa dello Stato per le università a 10 miliardi di sterline (14 miliardi di euro). I fondi pubblici per ricerca, scienza e tecnica aumenteranno del 30% tra l'anno in corso e il 2005-6, con un aumento annuo di 1,25 miliardi di sterline. Dal ministero dell'Industria (Dti) giungeranno 2,9 miliardi di sterline (4 miliardi di euro), con un aumento del 10 per cento. La maggiore dotazione di fondi alla ricerca permetterà ai giovani ricercatori postlaureati di fruire dal 2005 di un salario minimo di 12mila sterline annue (18mila euro). Negli atenei tutti i posti vacanti vengono pubblicizzati e, nel caso di nomine ad alto livello, si riunisce un comitato accademico per decidere. L'ateneo ha piena libertà di nomina. I docenti possono restare per tutta la vita nello stesso ateneo, ma cambiare università ovviamente aiuta la carriera. La produzione di pubblicazioni è fondamentale per la crescita professionale, perché dà lustro al dipartimento, attrae studenti migliori e fondi privati.

Non pubblicare rischia di portare alla chiusura "per asfissia" di un dipartimento, che è soggetto a continue valutazioni, e dunque, in ultima istanza, alla perdita del posto.

Gli stipendi sono decisi dai singoli atenei. Esiste un minimo sindacale, poco sotto le 40mila sterline lorde annue (55mila curo), ma al massimo non vengono posti tetti. Gli stipendi dipendono dalle discipline; quelle scientifiche sono normalmente meglio pagate delle umanistiche. Negli ultimi vent'anni il divario tra accademici e professionisti operanti nella stessa materia è però cresciuto fortemente a favore di questi ultimi.

I costi del sistema universitario per gli iscritti e la collettività sono oggi un tema scottante, che oppone la sinistra del Partito laburista al premier Tony Blair. Secondo il Governo gli studenti dovranno contribuire maggiormente ai costi. Attualmente essi pagano in media 1.125 sterline l'anno: circa un quarto del costo totale medio per studente. Allo scoccare del fatidico 2006 le università potranno chiedere fino a tremila sterline (4.500 euro) l'anno per studente. Solo gli studenti indigenti saranno esentati. Gli studenti però potranno contrarre un prestito da 10-15mila sterline, che potranno rimborsare al termine degli studi, quando saranno entrati nel mondo del lavoro. Ma secondo gli oppositori del progetto il prestito graverebbe troppo sugli studenti, che inizierebbero la loro vita lavorativa già pesantemente indebitati.

------------------------------------------------
Per coscere il parere dei docenti inglesi vedi:
http://cnu.cineca.it
Cliccare su "News dall’U.K." (nota di T.Sapigni)


Spagna

Sui compensi decide la Regione


di Michela Coricelli

MADRID - Il 60% dei giovani maggiori di 18 anni (l'età in cui in Spagna termina la scuola secondaria superiore) continua gli studi. Nei 68 atenei del Paese sono iscritti circa un milione e mezzo di studenti, ma nei prossimi dieci anni potrebbero ridursi a un milione: un trend, legato alla bassa natalità, che ha colpito anche le università più prestigiose. «Cinque anni fa - dicono alla Complutense di Madrid - i nostri iscritti superavano i 100mila, ora sono 85mila».

L'ateneo Complutense, fondato nel 1499, resta il maggior ateneo spagnolo, con venti facoltà, sei scuole di specializzazione, tre settori di particolare fama - medicina e veterinaria, facoltà umanistiche e giurisprudenza - e una presenza di prestigio in numerose importanti istituzioni universitarie europee. Nell'ateneo madrileno, dove insegnano celebri nomi del mondo delle scienze e del pensiero spagnolo, i criteri per reclutare i docenti sono di due tipi: quelli di ruolo devono sostenere un concorso pubblico, mentre i professori associati e gli assistenti possono essere assunti a contratto direttamente dai vari istituti. Oggi alla Complutense lavorano 6.054 professori (3.700 di ruolo). Confermando la sua scelta di internazionalizzazione, l'ateneo ha firmato decine di accordi con università europee, statunitensi, asiatiche e latinoamericane per lo scambio di professori e allievi. Lo scorso anno su 85mila iscritti quasi 1.800 erano stranieri.

Le condizioni contrattuali degli insegnanti, però, non vengono decise direttamente dalla Complutense. Con il processo di decentralizzazione la Spagna ha trasferito la responsabilità del sistema educativo, compreso quello universitario, alle Comunità autonome (Regioni); per questo lo stipendio dei professori viene stabilito dalla Comunità di Madrid.

Negli ultimi anni in Spagna le università private si sono moltiplicate.

Attualmente sono venti. Una delle chiavi del successo del sistema universitario privato è il forte legame con il mondo delle imprese. Ma anche per gli atenei pubblici, la Legge organica delle università (Lou) prevede che gli istituti possano firmare autonomamente contratti di cooperazione e accordi con le imprese per realizzare lavori e ricerche su commissione. E, per avvicinare il mondo universitario al mercato del lavoro, la Complutense offre migliaia di stage e "tirocini" di fine corso.

In un Paese che destina scarsi investimenti alla ricerca e sviluppo il ruolo delle università è diventato cruciale. L'importanza della ricerca è considerata fondamentale. Nel bilancio statale i fondi destinati alla ricerca nel 2001-2002 sono stati di 34,7 milioni di euro, con un leggero calo rispetto ai due anni precedenti: nel 2000-2001 la ricerca aveva ricevuto 36,5 milioni di euro e nel 1999-2000 35 milioni di euro.

Nelle università pubbliche spagnole il costo dei corsi di laurea varia con il "livello di sperimentazione", ossia dipende dalla necessità di laboratori scientifici e informatici, di strutture particolari, stage, e così via. Esistono sei gradi: per il più basso (diritto, filologia, scienze economiche) la matricola del primo anno nel 2001 costava quasi 440 euro; per un grado intermedio (come ingegneria, geologia o informatica) il costo era di 570 euro; per il sesto livello (medicina e veterinaria) era quasi di 690 euro.

------------------------------
Altre notizie dalla Spagna su:
http://cnu.cineca.it
Cliccare su "News dalla Spagna" (nota di T.Sapigni)


Germania

Facoltà in crisi di efficienza: è scoccata l’ora delle riforme


di Beda Romano

FRANCOFORTE – Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento la Germania guglielmina era la meta di educatori e insegnanti che venivano da ogni parte del mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, per visitare le università del Paese, modello d'eccellenza. Oggi gli atenei tedeschi sono alle prese con un lento declino.

Con una legge del 1998, il sistema universitario ha scelto la via della deregolamentazione per essere più competitivo, ma ciò rischia di non bastare. «Dobbiamo renderci conto che la Germania ha un ruolo limitato nel mercato internazionale dell'istruzione - ha osservato tre anni fa il presidente della Repubblica Johannes Rau -. Ne è passato di tempo nel mondo accademico da quando Heidelberg poteva dirsi più importante di Harvard».

Di recente a mettere il dito sulla piaga è stata l'Ocse, nel ben noto Rapporto Pisa (Program for international student assessment), che ha rivelato quanto grave sia il ritardo dei quindicenni tedeschi, i quali nei test relativi alle nozioni letterarie, matematiche e scientifiche si sono collocati sotto la media Ocse (ma, va riconosciuto, nettamente sopra gli studenti italiani). Le statistiche rivelano anche che il mondo universitario in Germania non è più quello che contribuì nell'Ottocento alla rivoluzione industriale tedesca, nonostante molte eccezioni. Come in altri Paesi europei, l'università è diventata un immenso parcheggio temporaneo: solo il 32% degli iscritti ottiene un diploma (la media negli altri Paesi Ocse è del 48%). In media gli studenti tedeschi hanno bisogno di sei anni per laurearsi (la media Usa è quattro, in Gran Bretagna appena tre e mezzo). Naturalmente, però, questi tempi non sono da imputare solo alla malavoglia dei giovani universitari, ma anche alle differenze tra le lauree: quella tedesca equivale spesso a due diplomi americani, il Bachelor of Arts e il Master of Arts. Il mondo universitario tedesco è in mano al settore pubblico e, come in altri Paesi europei, si diventa professori dopo aver fatto una lunga anticamera. Lo stipendio è considerato elevato (in Germania i titoli di Professor e di Doktor sono presi molto sul serio) e, soprattutto, la legge prevede un aumento automatico, indipendente dal merito, ogni due anni. Nonostante la Germania sia uno dei sei Paesi Ocse nel quale l'università è finanziata da fondi pubblici, gli atenei mancano cronicamente di denaro. Il ricorso al numero chiuso è ancora poco frequente, e non esistono rette, neppure per gli studenti più abbienti. Quando alcuni rettori, in difficoltà nel far quadrare i conti, osano porre il problema vengono subito messi a tacere. Secondo alcuni osservatori prevalgono la burocrazia e un egualitarismo che riduce la qualità e il livello degli studi.

Potrà l'università tedesca continuare in questo modo? No certo, tanto che non mancano i primi segnali di cambiamento, anche sulla scia delle pressioni del ministro dell'Istruzione federale Edelgard Bulmahn. L'Università Humboldt di Berlino, nata nel 1810 per iniziativa del celebre letterato Wilhelm von Humboldt, è stata la prima, qualche anno fa, a decidere che la gestione dell'ateneo sarebbe stata affidata a tempo pieno a cinque amministratori. Dal gennaio 2002 gli stipendi dei professori di nuova nomina sono stati ridotti e sono previsti premi di fine anno. L'associazione delle università tedesche Hrk vuole che gli atenei - che dipendono dalle autorità regionali - possano essere finanziariamente sempre più autonomi. «Le università dovrebbero decidere per se stesse che cosa intendono per bonus e come intendono premiare il merito» ha detto in luglio il presidente uscente dell'associazione, Klaus Landfried. Infine, è migliorato anche il rapporto con il mondo delle imprese, sulla falsariga di quello ormai tradizionale nelle scuole tecniche. Per esempio, Siemens accoglie ogni anno circa quattromila studenti universitari per degli stage professionali, e la società bavarese collabora con il Politecnico di Monaco in alcuni programmi di scambio con le università di Singapore, Hong Kong e Bangkok.

------------------
Altre notizie su:
http://cnu.cineca.it
Cliccare su "News dalla Germania" (nota di T.Sapigni)


Francia

Il «doppio sistema» premia l’élite delle Grandi Scuole


di Michele Calcaterra

PARIGI - «Sull'università si gioca il futuro del Paese». Il ministro dell'Economia, Francis Mer, non ha dubbi. Tanto che nella Finanziaria 2004, nonostante le spese siano state congelate, quella per l'istruzione è salita del 2,8% e quella per l'università addirittura del 3%, a 9,1 miliardi di euro.

Eppure secondo l'ultimo rapporto Ocse, lo sforzo della Francia rimane insufficiente: la spesa per l'istruzione superiore è solo dell'1,1% del Pil, rispetto all' 1,3% della media Ocse e al 2,7% Usa. Come dire che le università sono l'anello debole del sistema scolastico francese. Solo il 59% degli iscritti arriva alla laurea (11 punti meno della media Ocse), a causa di carenze che vanno dai locali ai materiali didattici vetusti, alle attività di ricerca e sviluppo insufficienti. Infatti il costo annuo per studente è di 7.475 euro: 13% in meno rispetto agli 8.545 euro della media Ocse. Il mondo universitario francese chiede riforme.

Ma queste non soddisfano e devono essere rimandate; come quella avanzata prima dall'estate dal ministro Luc Ferry, che proponeva di dare maggiore autonomia alle università e di formare dei raggruppamenti, in modo da evitare la grande dispersione esistente sul territorio, che è anche sinonimo di iniquità nella qualità dell'insegnamento.

In Francia, unico tra i Paesi europei, esiste' però un doppio sistema. Vi sono le "fac", vale a dire le comuni facoltà universitarie, e le Grandi Scuole di élite, con forti disparità anche nei costi d'iscrizione annuale: 200 euro nelle università contro, ad esempio, 1.050 a Science-Po. «Ma quest'ultima - dichiara l'economista Jean-Paul Fitoussi - sta per introdurre una retta basata sul reddito, con un allargamento della base delle iscrizioni e un aumento delle borse di studio».

La diversità tra i due "sistemi" incide anche sugli stipendi dei professori, generalmente di un buon 30-40% superiori nelle Grandi Scuole (fino a 4.500 euro al mese, cui bisogna aggiungere vari premi). Inoltre, se l'accesso agli istituti universitari è libero, quello alle Grandi Scuole avviene attraverso un esame-concorso, dopo aver passato da uno a due anni post-maturità di severa selezione nelle scuole «preparatorie».

I docenti vengono selezionati attraverso un concorso pubblico, ma ci sono anche figure diverse, come i "maîtres de conference" (l'equivalente, dei nostri ricercatori), che accedono all'insegnamento grazie alla loro esperienza e professionalità in campi specifici.

Inutile dire che le Grandi Scuole sono considerate il fiore all'occhiello del Paese, quelle che sfornano i grands commis di Stato, I'elite che guida da sempre la Francia colbertista. «Ma se gli uomini di punta dell'amministrazione pubblica - spiega l'universitario Jacques R. Fayette - si formano nelle Grandi Scuole, nelle materie scientifiche essi si formano nelle università». Da parte sua il ministro per il Commercio estero, Francois Loos, dichiara al Sole-24 Ore che in generale il livello è buono, ma insiste sulla necessità che il sistema universitario francese si internazionalizzi maggiormente, con la creazione di una sorta di Airbus (il consorzio aeronautico europeo) delle università europee.

Come incide questo doppio sistema sulla qualità degli studi, e quanto è stretto il rapporto fra atenei e imprese? «La qualità dell'insegnamento - risponde Fitoussi - è assai irregolare. In generale le Grandi Scuole selezionano i professori più capaci. Da noi a Science-Po si fa una severa selezione, altrove non so. Per quanto riguarda le imprese, il mecenatismo in Francia è poco sviluppato. Ci sono poche fondazioni».

Ora però il Governo francese sta spingendo in questa direzione, per aumentare la collaborazione tra pubblico e privato e incrementare la ricerca. C'è da dire, comunque, che le imprese pagano una tassa sull'insegnamento e che tutti i principali gruppi industrali francesi, da Michelin a France Telecom, da Eads a Edf, finanziano gli atenei e collaborano con molti di essi. Non solo in Francia.

---------------------
Ulteriori notizie su:
http://cnu.cineca.it
Cliccare su "News dalla Francia" (nota di T.Sapigni)