Giovedì 03 Novembre 2005

"Contrattualizzazione" di A.Pagliarini

From: "Alberto Pagliarini"
To: "Tristano Sapigni"
Sent: Sun, 9 Oct 2005 19:29:24 +0200
Subject: contrattualizzazione

caro Tristano
poco fa ho letto il resoconto della tua conversazione telefonica con Capano sulla contrattualizzazione. La contrattualizzazione intesa nel senso dei sindacati confederati, operante in quasi tutti i comparti del pubblico impiego e del privato, non può e non deve essere estesa alla docenza universitaria. Credo di aver sufficientemente chiarito il perché della non contrattualizzazione nella mia relazione a Roma dell'aprile 2001, allegata alla mail inviata al collega Dotoli e inoltrata a te poco fa. Vi può essere solo un tipo di contrattualizzazione nell'università: un contratto privatistico locale tra l'amministrazione e ciascun docente, nel quale siano fissati gli impegni didattici, di ricerca e la retribuzione commisurata agli impegni fissati e al più o meno alto prestigio del docente a livello locale, nazionale, internazionale e ai finanziamenti che lo stesso riesce ad acquisire dal mondo esterno, superando, in tal modo, l'ipocrita dicotomia del tempo pieno e del tempo definito, con le degenerazioni a tutti ben note.

In quest'ultimo periodo ho rilevato tanti interventi di autorevoli personaggi, alcuni citati nella mail inviata a Dotoli, altri non citati tra cui Monti e Padoa Schioppa ed altri ancora, che hanno chiaramente individuato nell'abolizione dell'anacronistico valore legale del titolo di studio, il punto fondamentale per una seria riforma, quella che io ho chiamato rivoluzione culturale nell'università. Senza quella eliminazione non potrà mai esserci una totale autonomia che porta a una reale e concreta concorrenzialità tra sedi e corsi di laurea. Saranno allora i servizi abitativi, ristorativi, assistenziali, bibliotecari, didattici, di più o meno alta formazione del profilo professionale da ciascuna sede e corso di laurea forniti che condizioneranno le scelte degli studenti e il mercato delle iscrizioni. Con quella eliminazione potranno essere aboliti i concorsi che, comunque regolamentati, sono stati, sono e saranno solo autentiche ipocrisie formali. I finanziamenti pubblici agganciati alla valutazione fatta da una agenzia di rating sganciata dall'università, dal MIUR e dalla politica, eliminerebbero la malefica autorefenzialità propria del mondo accademico. Una nuova governance che elimini o riduca fortemente il costante conflitto di interessi oggi esistente pienamente tra governo dell'università e governati, completerebbero il quadro della rivoluzione culturale nell'università italiana.
Come ho già scritto, la riforma Moratti e, ancor più, quella chiesta dall'intersindacale, sono solo restyling di facciata e lascieranno, ancora per molti anni, l'università nello stato di crisi e di degrado in cui oggi si trova.
ti saluto caramente Alberto


carissimo Giovanni
da tempo non ci vediamo e non ci sentiamo. Ho seguito, però, il fulgido e prestigioso cammino accademico che hai percorso, e i numerosi riconoscimenti e titoli da te collezionati. Conoscendoti a fondo non posso che dire:
complimenti, li meritavi pienamente. Leggerò quest'ultimo tuo lavoro con interesse, anche se ormai in pensione da 4 anni. A proposito di "Quale università per il terzo millennio" ritengo che non sono i politici, le leggi, i finanziamenti, i concorsi, lo stato giuridico a determinare e costruire la nuova università, ma i docenti e tutti gli addetti che in essa operano. Purtroppo, oggi, la credibilità dei docenti e di tutta l'istituzione è a livello zero presso tutta l'opinione pubblica, convinta che nell'università non esista un briciolo di etica, di equità e di responsabilità. L'etica, soprattutto, non può essere imposta per legge, è nella coscienza degli individui e non nel DNA di ciascuno. La sua presenza nella società, d'altronde, è fortemente condizionata dal contesto socio-economico-politico-sindacale nel quale si vive. Purtroppo, in questo Paese, la politica e l'economia sono quasi prive di etica e, molto spesso agiscono ignorando l'interesse collettivo a favore di quello personale, di gruppi di potere o di corporazioni e, di conseguenza, quasi tutto il tessuto sociale si comporta adeguatamente: Da ciò deriva la grande evasione ed elusione fiscale e contributiva, l'esteso abusivismo, il mastodontico debito pubblico, la diffusa criminalità organizzata e micro-criminalità, i diffusi fenomeni di nepotismo, familismo, raccomandazione che, ormai endemicamente, sono estesi a tutta la pubblica amministrazione, nella quale l'università sembra avere un poco lodevole primato. Caro Giovanni, il nostro Paese ha un numero di leggi che nessun altro Paese civile si sogna di avere.
Tuttavia quasi tutto funziona male perché la marea di leggi scritte è neutralizzata da alcune regole di vita, diffuse in tutti gli strati sociali, anche se non scritte. Le tre principali sono: "tengo famiglia", "fatta la legge trovato l'inganno", "rubano molto in alto, posso rubare anch'io poco in basso". Questo mio dire non è qualunquistico, pessimistico o distruttivo. Rispecchia crudemente la realta. Proprio per questo nel lontano aprile 2001 tenni a Roma una relazione, in un convegno su "Una rivoluzione culturale nell'Università" che, come prevedevo, fu contestata, ma ebbe anche un notevole consenso, forte negli ambienti esterni all'istituzione universitaria ( Confindustria, media, aziende e opinione pubblica), più contenuto nell'ambiente universitario. Mi è gradito allegarti una copia.
Aggiungo che l'Università non si rinnova, rendendola competitiva a livello mondiale, con la riforma Moratti, anche se vi sono aspetti positivi rispetto alla situazione attuale e, men che meno, con quanto chiede la gran parte dell'accademia e la fungaia intersindacale. Occorre ben altro. Occorre, come hanno detto e scritto Alberto Alesina, Roberto Perotti, Francesco Giavazzi, Paola Potestio, Pier Luigi Sacco, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Ferdinando M. Amman ed altri, ad alcuni dei qualii ho inviato la stessa relazione, una autentica rivoluzione che, salvaguardando i diritti dell'esistente personale, elimini, per i nuovi, privilegi, posti a vita, autoreferenzialità, autogoverno, valore legale del titolo di studio, consentendo piena autonomia, forte e salutare competitività, seria valutazione del sistema, delle strutture e dei singoli operatori, fatta da agenzie esterne al ministero, all'università e alla politica , alla cui valutazione vanno agganciati i relativi finanziamenti pubblici e, infine, una retribuzione connessa alla valutazione e al prestigio di ciascun docente. Qualsiasi riforma che non imponga i predetti elementi, è solo un restyling di facciata. Un caro saluto e un abbraccio a te e a Fulvia.
Alberto

Da: G.DOTOLI
Inviato: martedì 27 settembre 2005 15.57
A: informo@uniba.it
Oggetto: Quale Università per il terzo millennio?


Cari Amici e Colleghi,
ho il piacere di comunicarVi che ho appena pubblicato il volume Quale Università per il terzo millennio?, con una prefazione di Jean-Robert PITTE, Magnifico Rettore dell'Università di Parigi-Sorbona, per i Tipi di Cacucci Editore, Bari.
In allegato vi invio la copertina, l'aletta di presentazione e l'indice.
In questo momento di grandi cambiamenti e di problemi fondamentali che sono all'attenzione di tutti noi, credo che questo lavoro possa costituire una buona base di partenza per un'eventuale discussione.
Con i migliori saluti vostro
Giovanni Dotoli